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L'INFINITO
Sempre
caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare

ALLA
LUNA
O
graziosa luna, io mi rammento
Che,
or volge l’anno, sovra questo colle
Io
venia pien d’angoscia a rimirarti:
E
tu pendevi allor su quella selva
Siccome
or fai, che tutta la rischiari.
Ma
nebuloso e tremulo dal pianto
Che
mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il
tuo volto apparia, che travagliosa
Era
mia vita: ed è, né cangia stile,
O
mia diletta luna. E pur mi giova
La
ricordanza, e il noverar l’etate
Del
mio dolore. Oh come grato occorre
Nel
tempo giovanil, quando ancor lungo
La
speme e breve ha la memoria il corso,
Il
rimembrar delle passate cose,
Ancor
che triste, e che l’affanno duri!

PACE
E SILENZIO
Talor
m' assido in solitaria parte,
sovra
un rialto, al margine d' un lago
di
taciturne piante incoronato.
Ivi,
quando il meriggio in ciel si volve,
la
sua tranquilla imago il sol dipinge,
ed
erba o foglia non si crolla al vento,
e
non onda incresparsi, e non cicala
strider,
nè batter penna augello in ramo,
nè
farfalla ronzar, nè voce o moto
da
presso nè da lunge odi nè vedi.
Tien
quelle rive altissima quiete...
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