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Come
dimostra un'ordinanza della città di Napoli, datata
novembre 1820, i salsicciari campani erano specialisti nel
preparare carne di porco castrato verace, salsicce,
cervellate speziate, lavorate con stentini e sfogliate,
fegato di porco unito con la rezza, lardo sevo scotinato,
salsicce di fegato di porco. lppolito Cavalcanti, duca di
Bonvicino e cuoco, è l'autore del più importante
trattato dedicato alla cucina napoletana. Intitolato
"La cucina teorico-pratica" già nel 1839
insegnava come si poteva cuocere il prosciutto e come si
preparavano le guarnizioni. Ma veniamo ai giorni nostri.
Il
salame di Napoli che
proviene dalle zone rurali di tutta la Campania è
realizzato mischiando insieme una parte di carne magra di
suino, una parte di carne magra di vitello e una parte di
grasso duro di suino. La carne di vitello viene macinata
finemente, il resto più grosso. Si concia con sale, pepe,
peperoncino, aglio schiacciato e cotto nel vino che viene
successivamente filtrato. Si insacca nel budello naturale;
si fa affumicare per alcuni giorni prima della
stagionatura che dura dai quattro mesi in poi.
Dalle
zone rurali della Campania provengono anche la polmonata e
il sanguinaccio campano. Per la polmonata
o salsiccia di polmone
si utilizzano carni di suino di terza scelta, scartate
dalla preparazione di altri prodotti di salumeria:
polmone, milza, sanguinacci, cuore, fegato, roanone,
tagliati a mano (nella versione tradizionale) e conciati
con sale, pepe e peperoncino piccante. Si insacca tutto
nel budello naturale, si fa asciugare per alcuni giorni.
Non è previsto il periodo di stagionatura e siccome il
prodotto è facilmente deperibile, solitamente quando è
pronto per il consumo viene aggiunto alle minestre di
verdura per insaporirle.
Il
sanguinaccio campano
utilizza il sangue dei maiale recuperato durante
l'uccisione, ma la sua particolarità sta nella
preparazione e nei coadiuvanti aggiunti: uva passa, pepe,
sale, formaggio grattuggiato, grasso di sugna, tagliolini
fatti a mano, pinoli e (in alcune località) grano, farro
o riso precedentemente bollito. Nella versione dolce si
aggiungono cacao e zucchero. Il tutto viene insaccato nel
budello naturale più largo e fatto bollire per un'ora. Si
consuma subito, e comunque non oltre i 15 giorni. Si può
tagliare a fette e arrostirlo alla brace, oppure
riscaldarlo a bagno maria.
Un
tipico prodotto del Sud Italia è la soppressata.
In Campania se ne producono ovunque ma le migliori
provengono dall'irpinia, la zona che è stata molto
danneggiata dal terremoto del 1981, e precisamente da:
Grottaminarda, Fontana Rosa, Passo di Mirabella,
Sant'Angelo dei Lombardi in provincia di Avellino e da
Pietraroia, Morcone, Faicchio, Cusano Mutri, Pesco
Sannita, Monfalcone di Val Fortore, San Bartolomeo in
Gualdo, Vitulano, Solopaca, Piedimonte Matese in provincia
di Benevento. Le carni magre e scelte di suino vengono
tutte tagliate a mano a punta di coltello; si aggiunge poi
grasso duro tagliato a dadini (due parti di magro e una di
grasso) e si concia con sale, pepe nero intero e macinato.
Si insacca nel budello naturale. La sopressata viene
tenuta sotto peso per alcuni giorni, poi esposta al fumo
in cucina e infine lasciata in cantina per la stagionatura
di circa due mesi. Dopo questa fase sono poste sotto
grasso (strutto oppure olio) per una perfetta
conservazione.
La
salsiccia di Napoli, a
dispetto del nome, è tipica della zona di Avellino,
Benevento e Nola. L'impasto è composto da due parti di
carne magra di suino e una parte di grasso. Si concia con
sale, pepe, semi di finocchio oppure con sale, semi di
finocchio e peperoncino. La fase successiva è l'insacco
in un budello naturale che viene poi legato e piegato ai
due capi con un unico spago e prende la forma di una U
molto stretta. Viene fatta affumicare per alcuni giorni e
viene stagionata per un paio di mesi.
Nelle
province di Avellino e di Benevento si produce una
variante chiamata salsiccia
calabrese di Napoli. L'impasto di questa salsiccia
tradizionale è composto da carni provenienti dalla
coscia, dal lombo e da altre parti pregiate che vengono
tagliuzzate a mano nella versione artigianale e
addizionate con una parte di grasso duro, sempre tagliato
a mano. Si concia con sale, pepe, peperoncino e vino
rosso. L'abbondante uso di peperoncino, tipico dei salumi
calabresi, dà il nome al prodotto. Si insacca nel budello
di suino e si lega in pezzi di una decina di centimetri.
Si mette poi ad asciugare in ambiente con fumo per alcuni
giorni prima della stagionatura che dura un paio di mesi
in cantina.
Sono
poi molti altri i tipi di salsicce: aromatizzate al
finocchio, al peperoncino, al formaggio, affumicate. Le
migliori vengono utilizzate per fare il migliaccio
con i cicoli, una polenta pasticciata che, prima
viene cotta come una polenta normale in acqua contenente
il grasso delle salsicce lessate, poi si rifinisce in
forno con salumi e formaggio.
Un
altro fiore all'occhiello della produzione gastronomica
campana è il prosciutto di
Pietraroia, località in provincia di Benevento.
Per la preparazione i cosci di suino vengono messi sotto
sale per circa un mese a seconda del loro peso; dopo
questo tempo vengono spazzolati dal sale e messi sotto
pressa per 48 ore, in modo da favorire la fuoriuscita
dell'acqua e del sangue. Passano poi in cucina per una
breve asciugatura di quattro giorni che aumenta il volume
dei prosciutti che poi subiscono ancora un trattamento
sotto pressa per altre 48 ore. Questa operazione della
pressatura per i prosciutti di peso superiore ai 15
chilogrammi può ripetersi fino a quattro volte. Dopo ogni
pressatura il prosciutto torna in cucina a completare
l'affumicatura. Con l'arrivo del caldo, i prosciutti
vengono insaccati in tasche di rete. La fase definitiva di
stagionatura dura due anni in cantina.
Il
capocollo campano, che
si produce in tutta la regione, assomiglia a quello umbro
ma si differenzia per due aspetti: innanzitutto viene
utilizzato l'intero muscolo dorsale del suino, mentre
nella speziatura (soltanto in alcune località) si
aggiungono semi di finocchio e peperoncino. A Vico Equense,
in provincia di Napoli, il capocollo è anche lavorato con
il vino locale e aromatizzato con le erbe che crescono sui
Monti Lattari.
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