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Una
regione ricca di tradizioni culinarie che risalgono ai
Greci, ai Romani, agli Arabi, ai Normanni, agli Spagnoli e
ai Francesi.
Anche
l'arte salumiera ha saputo cogliere input da questi vari
passaggi o permanenze "stranieri".
Persino
Giacomo Casanova, maestro in fatto di gusto, narra nelle
sue memorie che durante un viaggio in Calabria, ospite
presso la mensa del vescovo Francescantonio Cavalcanti,
assaggiò i migliori salumi che avesse mai mangiato.
Anche
uno dei prodotti più noti della regione, la 'nduja,
prende il nome dal francese 'anduille'. Si tratta di un
insaccato di maiale simile a un tipo di salsiccia
francese, che però viene consumato rapidamente. E' un
cibo tipico della cucina povera, ma il suo valore proteico
è leggendario al punto che nel territorio dove viene
prodotta (Spilinga, Zungri, S. Calogero, Carta, Brattirò,
Zaccanapoli, Vena, Piscopio, Badia, Limbadi,
nell'altopiano del Poro nel Vibonese) la popolazione la
associa non solo al piacere della gola, ma anche alla
forza, al vigore e all'energia. Si utilizzano solo carni
di seconda e terza scelta (sottopancia, rifilatura della
spalla e della coscia, testa) di suini autoctoni nutriti
tradizionalmente con cereali, zucche, barbabietole, scarti
di cucina, ghiande, castagne ecc. L'alimentazione è
determinante ai fini della conservazione della 'nduja:
infatti, tentativi di produrla con carni di suini allevati
con siero di latte si sono rivelati un insuccesso. Le
carni vengono macinate in modo tradizionale o con macchine
a mano insieme al peperoncino o pepe rosso come viene
chiamato sul posto. L'impasto viene ripassato più volte
per fare amalgamare bene gli ingredienti e poi lasciato
riposare per diverse ore. Successivamente una piccola
quantità, arrotolata nella carta da pane bagnata, viene
messa a far cuocere sotto la cenere. Si assaggia poi con
pane e con un bicchiere di vino rosso. Se il test dà
risultati positivi si passa alla fase dell'insaccatura nel
budello cieco o orbo dove il prodotto si può conservare,
per oltre un anno, oppure si insacca nel budello più
piccolo, accuratamente lavato in abbondante acqua e succo
di limone. In questo ultimo caso, la 'nduja viene
consumata dopo un mese.
Ne
esistono versioni ancora più povere: la nnuglia
o finnicula o stroscia
o agliata, tipica della
zona della Presila, da Cosenza fino alla costa tirrenica,
è un prodotto molto povero. Alla carne di terza scelta
sono aggiunti pezzi di rene, lingua, cuore, polmone,
stomaco (bollito) e cotenne. La carne viene macinata nella
macchina, le altre parti vengono invece tagliuzzate a
mano. Si impasta tutto con sale, peperoncino, finocchio e
aglio e si insacca nel budello di suino. Si consuma dopo
appena 20 giorni, bollita in pentola dopo aver cambiato più
volte l'acqua. Si accompagna a verdure come scarola,
cavoli, fagioli o con riso come a Rende (Cosenza).
Un'altra
variante è la 'nduglia della
lavandaia, ormai introvabile, che raccoglie tutti
gli scarti della produzione e prende il nome dall'usanza
di farne omaggio alla lavandaia o al personale domestico.
Quattro
sono i salumi che hanno ottenuto il Dop: soppressata,
salsiccia, capocollo e pancetta che per potersi definire
"di Calabria" devono rigorosamente essere
prodotti dalla lavorazione di carni di suini allevati e
lavorati esclusivamente nella regione, secondo la
metodologia tradizionale.
La
soppressata utilizza
spalla, coscia e lardo tagliati a pezzetti e a mano,
conciati con sale e pepe nero, peperoncino (anche
finocchio nella zona di Catanzaro) mescolati sempre a mano
e insaccati in budelli larghi e corti. La pasta della
soppressata viene ancora mescolata nella madia.
L'insaccatura viene effettuata a livello artigianale con
un piccolo imbuto di legno. La quantità di sale e di
peperoncino varia nelle diverse aree di produzione, vale a
dire in provincia di Cosenza (Acri, Serra San Bruno) nella
Sila e nella Presila, a seconda del clima e delle
altitudini dei paesi. Una volta insaccati e legati con lo
spago, i salami vengono bucati in più parti con un ago
per far fuoriuscire l'aria creatasi durante l'insaccatura.
La pressatura si effettua in ceste di vimini con grossi
pesi per tre o quattro giorni. La stagionatura dura da un
minimo di sei mesi a periodi più lunghi. Se non vengono
consumate immediatamente ci sono metodi caratteristici per
conservarle: sott'olio di oliva o nello strutto di maiale
in un recipiente di creta o nella cenere di legna in vasi
di terracotta o in grossi sacchi o in casse legno,
nell'avena contenuta in grandi casse legno.
Per
la salsiccia si utilizza
la spalla, il sottocostola e il lardo del maiale che,
macinati con traila medio-piccola per favorire l'amalgama
vengono poi conciati con sale, pepe nero macinato e pepe
rosso dolce o piccante e quindi insaccati nelle budelle di
intestino tenue di maiale. Le salsicce vengono fatte
stagionare per un periodo minimo di 30 giorni.
Capocollo
e pancetta utilizzano invece tagli interi di carne: la
parte superiore del lombo il primo; il sottocostato
inferiore del maiale la seconda. Il capocollo pesa tra i
3,5 e i 4,5 kg, la lavorazione richiede una modellatura
iniziale, a cui segue una salatura a secco che può durare
dai quattro agli otto giorni, in seguito alla quale i
pezzi si lavano, si bagnano con l'aceto, si cospargono di
grani di pepe nero e infine si avvolgono in pellicola
naturale legati a mano. Dopo almeno 100 giorni di
maturazione, il prodotto si può consumare.
La
pancetta viene prima
salata per alcuni giorni, lavata con acqua, bagnata con
aceto di vino e poi cosparsa in superficie con polvere di
peperoncino. La stagionatura minima è inferiore a quella
del capocollo e dopo una trentina di giorni la pancetta è
pronta per il consumo.
I
frittuli di Cosenza
provengono da zone della Presila e della Sila, ma anche
dalla zona di Serra San Bruno (Catanzaro). Le cotenne del
maiale, private del grasso e delle setole, vengono
tagliate a pezzi di 10-15 cm, lavate con acqua calda,
bollite in caldaia per circa un'ora con acqua e sale. Si
tolgono dal fuoco quando sono ancora al dente, si lasciano
raffreddare, si mettono in recipienti di terracotta
smaltata e si ricoprono di strutto, per conservarle fino a
un anno. Si consumano fredde o riscaldate, con fagioli o
sciolte nel ragù, nelle frittate e nelle minestre.
Il
salato è un prodotto
quasi esclusivamente silano e si produce quindi nelle
località di Pagliarelle, Petilia Policastro, Monte
Pasquale, Verzino, nella Piana del Formaggio Fresco,
(provincia di Cosenza) e in altre zone della provincia di
Catanzaro. Le parti grasse (zampetti, cotenne, grasso di
scarto e sugna) di suini neri della Sila vengono messe in
salamoia per 48 ore, poi tolte, lavate con aceto e condite
con sale e peperoncino rosso piccante. Si lasciano
indurire e dopo tre o quattro mesi si consumano sia cotte
alla griglia che crude.
La
salsiccia di Acri
(Cosenza) è molto pregiata, in quanto i suini della zona
sono ancora allevati tradizionalmente. Le parti magre del
maiale di seconda scelta (rifilatura della spalla, del
filetto, del prosciutto) vengono tagliuzzate a mano e non
tritate, salate, conciate con pepe, peperoncino dolce o
piccante, e facoltativamente finocchio, mescolate a mano
nella madia, e insaccate con un piccolo imbuto di legno ('mbutezo)
nel budello stretto e lungo di suino. Dopo una maturazione
di tre-quattro giorni in ambiente ventilato e fumoso, il
periodo di stagionatura dura due mesi all'aria aperta. Il
prodotto può essere conservato sotto grasso (olio o
strutto) fino a un anno.
Gli
scarafogli sono prodotti
tipici di varie località della provincia di Cosenza. Gli
scarti del maiale (muso, orecchie, piedi, parti della
testa, ossa) vengono fatti bollire con l'aggiunta di
aceto. Dopo la cottura il brodo, molto condensato, viene
travasato per raffreddare. Non è contemplata la fase di
stagionatura: il prodotto è considerato prevalentemente
invernale e va consumato subito (si conserva per circa un
mese) tagliato a pezzettini come antipasto su fette di
pane o per accompagnare, insaporendoli, lessi e altre
carni. In altre zone gli scarafogli si ottengono
selezionando i residui magri che rimangono durante la
preparazione delle frittole e dello strutto.
La
spianata calabrese è un
prodotto quasi esclusivamente industriale (in forma
artigianale se ne producono solo alcune decine di
quintali) e viene lavorata in tutta la regione. La carne
di maiale magra e scelta viene macinata finemente;
all'impasto si aggiunge lardo tagliato a dadi, poi si
concia con sale e peperoncino, si insacca nel budello
naturale e si pressa per conferire al prodotto la forma
schiacciata da cui prende il nome. La si fa stagionare per
circa quattro mesi.
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